Iscrizione newletter

Varignano, Chiesa della Resurrezione

Abbiamo incontrato la prof.ssa Giuseppina De Simone, curatrice di un interessante testo “La Devozione popolare tra arte e teologia” edito in questi giorni nella Collana Quaderni di Arte e Teologia per i tipi della Scuola di Alta Formazione in Arte e Teologia della PFTIM, Sezione S. Luigi.

ASN:
Lei afferma “L’esperienza religiosa è riconoscibile come tale dentro il tempo e nelle forme in cui il tempo si esprime”. E’ ancora possibile nella cultura odierna?


GDS: Certamente. L’esperienza religiosa è l’esperienza più originaria e profonda dell’essere umano. Sono molti i pensatori che hanno messo in evidenza questo dato rilevabile fenomenologicamente : da Max Scheler a Michel Henry da Xavier Zubiri a Mircea Eliade. Si può dire che l’esperienza religiosa costituisca la fibra più profonda dell’umano. C’e una sporgenza nell’umano che non può essere cancellata. Come afferma Scheler, l’uomo “è il gesto della trascendenza”. E d’altra parte Dio non smette di far avvertire la sua presenza nella storia di ogni essere umano e nella storia degli uomini come tale. Quando parliamo di esperienza religiosa parliamo di questo legame, di questo nesso originario che unisce l’uomo a Dio e che riaffiora continuamente, anche in mezzo all’indifferenza e nella presa di distanza che spesso registriamo. Basta guardare più a fondo l’esistenza delle persone, leggere in profondità le espressioni culturali del nostro tempo, specie quelle diffuse e quotidiane, per rendersi conto che l’esperienza religiosa non è scomparsa, che l’esperienza di Dio si riapre come possibilità mai smarrita anche in mezzo a mille contraddizioni.

ASN: Che cosa si intende con l’espressione “religiosità popolare” o con quella di “pietà popolare” che talvolta le si preferisce in ambito teologico?
C’è veramente un modo specifico di vivere la fede che è riconoscibile come proprio del popolo, ossia della gente comune?

GDS: È indubbiamente in quella che chiamiamo “devozione popolare”, e che resiste all’onda della secolarizzazione, che possiamo cogliere più chiaramente la radicalità originaria dell’esperienza religiosa. I nomi possono essere differenti, ma ciò che si indica è la ricerca e l’esperienza di Dio vissuta dalla gente comune in forme che talvolta destano perplessità e che in alcuni casi hanno bisogno di essere aiutate a maturare verso un’adesione di fede consapevole, ma non possiamo negare che nelle forme della devozione popolare si lasci avvertire l’anelito dell’uomo a Dio e l’esperienza di un Dio che si intuisce vicino, che si ha bisogno di riconoscere, e che confusamente si riconosce, dentro le situazioni ordinarie della vita, un Dio al quale potersi rivolgere con immediatezza e con una familiarità che appare talvolta inaudita. Probabilmente l’azione evangelizzatrice della Chiesa ha da lasciarsi interrogare da questa esperienza “popolare” di Dio e da lasciarsene istruire.

ASN: Il Papa «indica riguardo alla pietà popolare un metodo da usare; un percorso da seguire; una risorsa da riscoprire per il rinnovato slancio missionario». Ed è la via simbolica «capace di tenere insieme creatività umana e territorio» che va appunto riconosciuta e valorizzata nell’annuncio della fede. Ritiene nella Chiesa italiana oggi ci siano tentativi in questo senso o almeno germi di questa tensione?

GDS: Papa Francesco ha dato sicuramente una spinta decisiva verso una più adeguata considerazione della pietà popolare. Non si tratta di esaltarla in maniera incondizionata o di ritenere all’opposto che vada sottoposta a un giudizio critico severo e ad una sorta di normalizzazione pastorale. Non si tratta neppure di cavalcarne l’onda in maniera strumentale. La pietà popolare ha bisogno di essere capita per ciò che veramente esprime, di essere ricondotta alla storia da cui nasce e di essere compresa nella sua portata antropologica e teologica. È quello che stiamo cercando di fare nel laboratorio che la Specializzazione in Teologia Fondamentale della Sezione San Luigi dedica da alcuni anni a questi temi e grazie all’apporto prezioso della Scuola di Arte e Teologia della nostra Sezione. La dimensione simbolica dell’arte è infatti mediazione preziosa per comprendere il radicarsi della pietà popolare in un territorio contribuendo a dare forma e a disegnare l’immagine dei luoghi in cui il riferimento di fede diventa principio di appartenenza e di orientamento. Oggi la religiosità popolare vive in maniera diversa più fluida e slegata il rapporto con il territorio ma non smette di avere nella dimensione simbolica la sua forma espressiva più propria e non smette di essere ricerca di un principio di orientamento possibile. Sono motivi sui quali la riflessione anche a livello ecclesiale è tutta da costruire.