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Quattro figure dell'incontro nel distanziamento

 

 La graduale ripresa delle celebrazioni liturgiche, nella forma propria del raduno assembleare, segna - insieme ad altri aspetti sociali - un passo, nello stesso momento desiderato e prudente, d’ingresso nella cosiddetta fase 2 che detta le norme di convivenza con la pandemia da coronavirus. Concorrono alla sua determinazione istanze complesse, rispondenti a esigenze diversificate.  Il Governo italiano e l’ISS elaborano linee guida e protocolli vincolanti, poiché le ipotesi di un’apertura, guadagnata con ingenti sacrifici, possano poggiare sul principio di responsabilità individuale e collettiva, a tutela della salute pubblica. Nel campo religioso cattolico, la Conferenza episcopale e i pastori delle diocesi accolgono e traducono tali istanze in possibilità celebrative legate alle concrete realtà locali.  In questo contesto si colloca ogni singola comunità ecclesiale che, nella varietà di ministeri, carismi e organismi pastorali, è chiamata a intuire e realizzare il come della ripresa delle messe con il popolo, nel rispetto della normativa sanitaria e di tutte le principali misure di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica.

A servizio di tale discernimento, secondo i doni ricevuti e i ministeri esercitati da ognuno di noi negli ambiti teologico-liturgico, di ricerca e professionale, gli Autori desiderano offrire questo contributo alla possibile creazione di uno spazio liturgico temporaneo che favorisca, comunque, una significativa esperienza celebrativa delle nostre assemblee, per quanto si renda, al presente, possibile e auspicabile. Le indicazioni per la sanificazione di ambienti e oggetti elaborate dal MIBACT metteranno altresì alla prova le comunità nella loro attuazione; ipotizziamo, quindi, che, col favore del clima, una delle soluzioni partecipative più praticabili sia la scelta di celebrare all’esterno delle chiese.  Allora proviamo a immaginare una piccola serie di modelli spaziali liturgici di facile e accurata gestione negli ambiti aperti, tenendo presenti, in primo luogo, le esigenze di sicurezza e, al contempo, l’appropriatezza celebrativa, nonché la dimensione simbolica, intravvedendo, in queste asperità del tempo di malattia, la possibile riscoperta di un’arte del celebrare quale fonte dello spirito cristiano e forma di vita reale.

La storia, seppur in contesti diversi, presenta precedenti significativi dai quali, in certo modo, ci siamo lasciati ispirare. Ricordiamo solo il caso peculiare delle chiese poste nei lazzaretti: edifici per un culto misericordioso (alcuni ancora oggi visibili, seppur trasformati come San Carlo al Lazzaretto a Milano), aperti, senza muri, con un altare centrale quale fulcro visibile da tutti i sofferenti costretti nel recinto circostante. O, in tempi più recenti, nella particolare situazione di una Chiesa cattolica della diaspora, il muro vivente inscenato dall’architetto tedesco, poi maestro costruttore di chiese, Emil Steffann per la processione del Corpus Domini nella piazza centrale di Lubecca (1932), dove la complessità del luogo celebrativo si scioglie nella relazione tra persone in movimento attorno al fuoco dell’altare eucaristico. La chiesa non è e non può essere solo un semplice recinto perché il suo senso sacro è null’altro che essere chiesa viva, cioè Cristo presente tra chi è riunito nel Suo nome. Eccoci allora proporre una meditata suddivisione in quattro modelli, distinti primariamente in base alla circostante disposizione dell’assemblea convocata. 

Valorizzando il senso di luogo dei poli liturgici, per ognuna sono indicate le azioni concernenti l’ingresso, la liturgia della Parola, la comunione e i riti di conclusione; in questo modo si dimostra una continuità d’impostazione, pur nella variabilità del tipo. È una proposta euristica che ricerca una soluzione per confronto e approssimazione, senza mai attestarsi su una soluzione intesa come definitiva. In questo senso, fa appello alla peculiarità cristiana del rivelarsi non nella fissazione di uno stile o di una maniera soggettiva, bensì nel parlare per immagini di una verità che non può essere inventata, ma riconosciuta per creare.

 Angelomaria Alessio, Tino Grisi, Francesca Leto, Silvia Tarantelli

 

 

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