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Varignano, Chiesa della Resurrezione

Il luogo teologico della pietà popolare: oltre la superstizione

Nicola Salato OFMcap
Professore Associato di Teologia dogmatica PFTIM, Sez. S. Luigi


La pietà popolare riguarda le numerose e complesse manifestazioni del popolo di Dio, che esprime sinceramente la propria fede e il proprio contatto con l’assoluto di Dio.

È falsa la considerazione che la pietà popolare deve trasformare la devozione in fede, perché nella devozione è già insita la fede.

Per questi motivi l’aggettivo “popolare” non dev’essere letto, come una realtà negativa o di scarsa rilevanza teologica.

I valori più alti della pietà popolare nascono in un fiducioso ossequio di fede alla Scrittura e alla tradizione più autentica, di cui la devozione popolare è portatrice.

La pietà popolare si fa carico delle attese e delle speranze del popolo che nei grandi cicli della vita (nascita, crescita, vecchiaia, morte) si trova a fare i conti con gli svariati aspetti di cui è connotata la vicenda degli uomini sulla terra.

Il tema della pietà popolare è un vero e proprio luogo teologico(1) , perché, molto spesso, è stato il “grembo” da cui sono nati i dogmi, cioè le Verità di fede, che hanno attinenza proprio con lo statuto ontologico della Chiesa.

Quest’ultimo si esprime attraverso la concretizzazione di talune manifestazioni, da parte degli uomini, che tentano di esplicitare la sua dimensione umano-divina, che costituisce l’essenza stessa della comunità cristiana.

Pertanto, la Chiesa è, nelle sue espressioni pietistiche e popolari, pur sempre una realtà donata e sostenuta, indefettibilmente e infallibilmente, da Dio. Inoltre, preferiamo il concetto di “pietà” a quello di “religiosità” perché, in quest’ultimo termine, si darebbe adito ad un’altra religiosità o modo di vivere la religione rispetto a quella ufficiale o istituzionale (2) .

Un elemento fondamentale che separa la devozione popolare dal folklore o dalla superstizione, nasce dalla considerazione che l’annuncio cristiano non vuole asservire il “divino” ai propri interessi o ai propri scopi, come nella magia o nella divinazione, quanto piuttosto un “decentramento” della persona verso l’Altro.

Centro del messaggio gesuanico è l’amore incondizionato e disinteressato al prossimo, agli ultimi, addirittura, ai nemici e ai traditori; è quest’amore che suscita il “miracolo”.

La fede non è un gesto magico, ma quella condizione di vita spirituale che sostiene l’uomo nelle prove della vita e nel suo cammino verso la Patria celeste; tuttavia, non avrebbe senso, un’esperienza di fede, se questa non riguardasse anche, nell’oggi, la vita del credente.

Le fonti del primo cristianesimo, in particolare, evidenziano la capacità di appropriarsi anche di quei semi di verità (Giustino) presenti nelle tradizioni pagane.

Il testo biblico è ricco di queste “contaminazioni”. Infatti, il card. J.H. Newman, nel suo Essay on the Development of Christian Doctrine (1878), sostiene che le stesse processioni, benedizioni, l’uso di lampade o candele ossia numerose consuetudini liturgiche, sono tutte di origine pagana e sono state santificate dalla Chiesa.

Infine, la devozione popolare nella sua autenticità, non potrà mai essere chiusa in se stessa, degenerando in derive esoteriche, quanto piuttosto in una “viva devozione” all’altro, al povero e all’indifeso. Il messaggio evangelico si scaglia con forza contro quelle realtà istituzionalizzate sia esse sociali o religiose, che opprimono l’indifeso, il povero, la vedova. La pietà popolare non può compromettersi con il male, ma solo con gli ultimi, gli emarginati, i malati.

Solo “umanizzandosi” può riscoprire la sua essenza più divina.

 

[1] Cf Francesco I, Evangelii gaudium, Esortazione Apostolica (24 novembre 2013), in Acta Apostolices Sedis 105 (2013) 1019-1137.

[1] Paolo VI, Evangelii nuntiandi, Esortazione Apostolica (08 dicembre 1975), in Acta Apostolices Sedis 68 (1976) 5-76.