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Varignano, Chiesa della Resurrezione

Il ruolo dell’arte agli inizi della religione popolare cristiana

Prof. Carmelo Torcivia
Professore invitato di Teologia pastorale PFTIM, Sez. S. Luigi


Diversi sono i fattori che hanno portato il cristianesimo degli inizi ad essere prima religio licita e quindi religio ufficialis dell’impero romano. Tra questi fattori non poca importanza riveste l’arte cristiana. Certamente, non è stato facile spuntarla all’interno di una fede che proveniva dal divieto assoluto di fare immagini del divino. La ben nota lotta iconoclasta ci dà ragione storica di questa difficoltà che ha dovuto affrontare l’arte cristiana. E tuttavia, la forza teologica dell’incarnazione del Verbo di Dio ha guidato e legittimato questo percorso artistico.
Non solo. C’è da ricordare il ruolo performativo che avevano le immagini all’interno dell’arte classica imperiale romana. A fronte, infatti, di un vuoto di credenze ufficiali e di testi sacri, le “icone” degli dèi supplivano a questa mancanza ed erano utilizzate per scopi sia di coesione sociale sia di protezione e di salvezza. E così, già fin dalle testimonianze che ci sono offerte dall’arte paleocristiana – dai sarcofagi agli affreschi, dai mosaici alle icone–, ci si rende conto che, per il modo con Cristo è raffigurato, la sua immagine entra in concorrenza con le icone pagane e riveste così un’importante forza performativa nei confronti del consenso e/o della conversione dei pagani verso la nuova religione.
È importante sottolineare bene la precedente notazione. Molte volte, infatti, ci si ferma alle giuste considerazioni storico-artistiche con cui vengono creati i manufatti cristiani, dimenticandosi che questi stessi manufatti avevano una precisa funzione, che non era solo rappresentativa dei motivi dominanti della nuova fede, ma appunto performativa in ordine a suscitare la conversione nei pagani. E in quel tempo di grande crisi soteriologica degli dèi pagani tradizionali, questa funzione ha avuto buon gioco. Si può quindi ritenere che senza questa arte cristiana – ed unitamente all’enorme ruolo di guarigione assunto dalle reliquie dei martiri – il cristianesimo non sarebbe penetrato in alcune aree della popolazione di quei tempi, attestandosi invece come una fede coltivata solamente da élites.
Ancora. Le raffigurazioni di Gesù anche come filosofo e come mago sono importanti perché incrociano la sua prossimità nei confronti della gente a tre diversi livelli: la salvezza della morte, l’offerta di senso della vita e la guarigione dei mali fisici e spirituali. In questo senso, la salvezza offerta da Cristo è veramente globale, abbraccia tutte le dimensioni dell’umano.
La lezione che traiamo da queste brevi considerazioni induce ad alcune brevi riflessioni e domande sulla contemporaneità. Innanzitutto, il profondo legame tra arte e popolo. Mai come in questi tempi si comprende la forza dell’immagine, che sta addirittura mettendo in secondo piano il pensiero e il linguaggio verbale. Cosa può significare creare arte cristiana, che già versa in acque oggettivamente difficili, nel contesto contemporaneo? È un’operazione di èlites – nella committenza e nei destinatari – oppure riesce ancora ad incrociare il popolo? E quale popolo? E con quale linguaggio artistico? I canoni dell’arte contemporanea sono adeguati per questa funzione dell’arte cristiana? Poi, risulta notevole la funzione soteriologica dell’arte, che non coincide con quelle pedagogiche e didattiche, ben più note nella storia dell’arte cristiana. Il contatto con il manufatto artistico cristiano pone il destinatario in una situazione di conversione, di salvezza, di guarigione. Si tratta di opere che parlano e che non limitano la loro funzione ad un gioco esclusivamente emotivo, chiuso in se stesso. Sicuramente, le iconi orientali rivestono a tutt’oggi questa funzione. Il problema si pone per la tradizione occidentale. Infine, è sicuramente un importante problema l’assenza di una vera e propria educazione all’arte nelle attuali comunità cristiane, che risultano fin troppo assorbite all’interno delle funzioni kerygmatiche e caritative. Dal punto di vista pastorale è una sfida che deve diventare un imperativo di azione.