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Cattedrale, Cupola

Una visita a Kronos – Museo della Cattedrale di Piacenza

 

A Piacenza, il primo museo d’arte sacra fu aperto nel 1930 con sede nel palazzo vescovile ed accoglieva opere provenienti da chiese diocesane. L’attuale esposizione permanente, Kronos-Museo della Cattedrale (denominazione ispirata da una scultura esterna all’edificio) ha visto invece una prima inaugurazione il 3 luglio 2015 e una successiva apertura con ampliamento e rinnovo dell’allestimento, il 7 aprile 2018. 

L’itinerario predisposto è propedeutico alla conoscenza storica della maestosa architettura dalla facciata romanica alla cupola, che durante la recente mostra Guercino visto da vicino (marzo-luglio 2017) ha ricevuto più di centomila visite. La biglietteria, il bookshop e le prime sale del museo occupano ambienti dell’ex Prevostura adiacenti alla chiesa maggiore.

Nella prima sala, dedicata al Medioevo, il calco dell’architrave del portale sinistro della cattedrale, opera di Pier Enrico Astorri del 1901, introduce alla storia dell’edificio sacro. L’originale, con scene evangeliche, si conserva ancora in facciata ed è riferito al ben noto scultore Wiligelmo e agli albori della costruzione (1122). Al di sopra, una riproduzione fotografica a grandezza naturale  dell’architrave di destra consente un raffronto stilistico immediato con l’arte romanica di Niccolò, ritenuto progettista della cattedrale.

→ Ampio Servizio Fotografico su ArtiSacreNews 1 Ottobre 2019

 

Accanto a queste opere è esposto un dipinto murale strappato riscoperto tra Otto e Novecento, durante i lavori promossi dal vescovo Giovan Battista Scalabrini: proviene secondo gli studi dal transetto sinistro e raffigura la Madonna in trono col Bambino e Sant’Antonio Abate che presenta un fanciullo. Siamo di fronte a una tra le opere più significative del locale Antonio de Carro, autore di un polittico del 1398 ora al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.

Uno spazio a parte nella sala è stato destinato al raro e pregevole altarolo ligneo portatile del modenese Serafino de’Serafini. Databile alla seconda metà del Trecento, raffigura scene della vita di Gesù su fondo oro e partecipa pienamente della cultura emiliana per vigore cromatico e narrativo. La presenza di Ludovico di Tolosa e Francesco d’Assisi a lato della Crocifissione centrale adombra una possibile provenienza conventuale. Le dimensioni sono peraltro superiori a quelle consuete per gli altaroli medioevali d’uso domestico.

La seconda sala, fatta eccezione per la bella Madonna assunta in cartapesta della seconda metà del Settecento, è dedicata alla scultura lignea, aspetto tra i più significativi della tradizione artistica piacentina. Il San Giuseppe col Bambino dalla singolare conformazione, ottenuto da un unico blocco ligneo, fu scolpito nel 1630 per lo scampato pericolo dalla peste. Il San Nicola da Bari  proveniente dall’omonima chiesa urbana, è opera del valsesiano Giovanni Sceti che visse e lavorò a Piacenza dal 1687. L’Angelo custode si deve al fiammingo Jan Geernaert, protagonista dell’arte locale per ben cinquant’anni, tra 1727 e 1777.

Una sala è riservata alle argenterie della cattedrale.

Pezzi di abilità straordinaria, ammirati dai visitatori, sono l’ostensorio del 1746 dovuto all’orafo piacentino Angelo Spinazzi e ispirato da modelli del barocco romano nel fusto figurato, oppure il bacile ricavato nel 1841 da un più antico paliotto di Gaspare Mola (1716). Dell’opera originaria, interamente realizzata in argento per l’altare maggiore, rimane la scena centrale con l’Assunzione della Vergine alla presenza degli apostoli e del vescovo committente, Giorgio Barni. Sono esposti inoltre esempi eccellenti della produzione locale settecentesca, dovuti al sacerdote - argentiere Giuseppe Doria e ad Angelo Filiberti. All’eclettico Gaetano Magrini, prolifico argentiere del primo Ottocento, si devono diversi manufatti, come il pastorale Scribani Rossi, detto “del grappolo d’uva” (1817).

 G.Mola/G.Belletta, Frammento di paliotto-Bacile, 1761 e 1841   

Il percorso museale prosegue con un’importante e apprezzata testimonianza della città murata seicentesca: è la Pianta di Piacenza a volo d’uccello delineata nel 1627 da Alessandro Bolzoni, che ha dettagliato insediamenti religiosi, castello, porte, strade, rivi e mulini dell’epoca.

Le sale seguenti ospitano dipinti provenienti dagli altari smantellati tra Otto e Novecento nel tentativo di riportare la cattedrale all’aspetto romanico.

Un vero capolavoro, a livello stilistico e iconografico, è rappresentato dalla pala con I diecimila martiri crocifissi, riferita a Elisabetta Sirani o al padre Giovanni Andrea e un tempo nella quarta campata a destra. Nella cappella seguente era esposta, all’altare omonimo, la Morte di San Francesco Saverio (1685-86) del fiammingo Robert De Longe, che ritroviamo nella stessa stanza del museo. Sempre dalla navata destra proviene la delicata Madonna dello Zitto di Giambattista Tagliasacchi (terzo-quarto decennio sec. XVIII), donata al Capitolo nel 1760. Oltre alle pale il museo si avvale di un bozzetto per la grande tela I Santi vescovi piacentini di Gaetano Callani (1772), ancora visibile in cattedrale.

Giovanni Andrea Sirani (attr.), I diecimila martiri crocifissi, 1649-1650

L’ultima sala a piano terra offre al visitatore un paragone tra due opere lontane cronologicamente. Il San Girolamo di Guido Reni del 1640 circa, pervenuto per donazione Scribani Rossi nel 1821, richiama gli anni trascorsi dal santo in isolamento spirituale, mentre l’Achrome di Piero Manzoni (da Bobbio, Museo MCM) del 1958 appare come sterminata distesa bianca. Entrambe le opere suggeriscono riflessioni sul tema del deserto, dello spazio, della solitudine.

Dopo aver osservato il dipinto Interno del duomo di Piacenza di Enrico Prati (1868), testimonianza del presbiterio prima degli interventi voluti da Scalabrini, si sale a visitare la sacrestia capitolare neogotica (con possibilità di affaccio sul coro, dove campeggia il polittico scultoreo del XV secolo lasciato da Antonio Burlengo e Bartolomeo da Groppallo) dotata di cupola a trompe-l’oeil. Negli ambienti trovano posto esempi del ricco patrimonio tessile e i postergali degli stalli capitolari fungono da teche per la mostra temporanea Sacre reliquie. Storie di santi di grande suggestione. 

Pochi gradini e si giunge al Libro del Maestro, monumentale e famosa raccolta di testi per le celebrazioni del XII secolo, introdotta dall’experience room che ci proietta nel Medioevo e da monitors touch screen che consentono di sfogliare digitalmente il codice miniato. 

L’itinerario emozionale prosegue tramite scale nello spessore murario sino alla loggia della magnifica cupola dipinta da Morazzone e Guercino (1625-1627), non senza la possibilità di uno sguardo sulle volte di presbiterio e abside dal matroneo corrispondente. Il nuovo affaccio, che viene inaugurato nel settembre 2919 a  quattrocento anni dalla morte di Ludovico Carracci, offre la possibilità di godere di una visione ravvicinata sugli affreschi dedicati alla Vergine dal grande maestro bolognese e da Camillo Procaccini.

Viste sulla città e sulla corte vescovile, sulla navata centrale dal matroneo nord, sulla struttura lignea della torre campanaria animano il percorso, che si conclude all’interno della cattedrale.

 

Susanna Pighi

Conservatore di Kronos – Museo della Cattedrale di Piacenza