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IL MUSEO DIOCESANO DI CUNEO

 

Il Museo si trova di Cuneo si trova in uno degli angoli più antichi della città, in Contrada Mondovì, nel suggestivo centro storico: la Contrada è una tranquilla isola pedonale con portici e negozi.

A partire dal 2000, l’intero isolato che circonda la chiesa di San Sebastiano è stato sottoposto ad un intensivo lavoro di restauro che ha portato, nel settembre del 2012, all’apertura del Museo Diocesano. Attraverso l’esposizione delle opere di proprietà della Confraternita e soffermandosi sulle diverse devozioni susseguitesi in questo luogo, l’allestimento racconta la storia del territorio, a partire dai secoli dell’evangelizzazione ad opera di san Dalmazzo (III secolo d.C) fino ai giorni nostri. L’allestimento è ospitato all’interno dei locali della confraternita e ha un carattere narrativo e didattico, che attraverso video, immagini e ricostruzioni storiche riesce a dare forma ad un racconto lungo molti secoli; suggestivi affacci sulla chiesa di san Sebastiano permettono di godere di scorci unici e inaspettati con gli occhi del visitatore, mentre lo spazio dell’aula rimane aperto ai fedeli che entrano dall’ingresso sulla contrada. Il museo si sta attrezzando per diventare nei prossimi anni il centro visita del sistema culturale diocesano, articolata in venticinque sacrestie aperte e siti culturali fruibili e disseminati su tutto il territorio.

A Cuneo sono state presenti varie confraternite dal secolo XII in poi, ma tre sono state quelle che hanno avuto sede autonoma in un proprio oratorio, con attività plurisecolare e San Sebastiano è una di queste: si dedicò in primo luogo agli appestati e agli infettivi, ma nel corso del tempo non mancò di rivolgere la propria attenzione ad altre necessità sociali. Ciascuna a poco a poco si strutturò con un proprio oratorio, una specifica forma di servizio e una divisa. Presto, i confratelli iniziarono a indossare un cappuccio che nascondesse il volto, per evitare distinzioni sociali tra i membri e per garantire che la carità fosse davvero gratuita ed anonima, come richiede il Vangelo: «Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Matteo: 6, 3-4). Così, anche nella nostra zona i “bianchi” (la confraternita di Santa Croce) iniziarono ad occuparsi degli ammalati, i “neri” (la Misericordia) dei carcerati e dei morti, i “grigi” (San Sebastiano) degli infettivi, i “rossi” (SS. Trinità) della dottrina e così via, coprendo tutte le necessità individuate dalle opere di Misericordia enunciate nel vangelo di Matteo. Nel linguaggio popolare erano chiamati anche batù (battuti) indicando le pratiche di pubblica penitenza e autoflagellazione cui erano dediti.

Il percorso museale inizia dal sottosuolo e precisamente nell’antica polveriera: le esigenze strategico-militari della città avevano nel corso del tempo richiesto che la piazzaforte fosse dotata di appositi luoghi per accogliere il complesso armamento bellico e conservare le polveri. Il potere centrale interveniva individuando quei settori della città meno esposti agli attacchi delle artiglierie degli assedianti. Per questo, spesso le polveri erano conservate in luoghi sotterranei di edifici civili e religiosi. Questi spazi dovevano garantire la conservazione in luogo asciutto e secco delle polveri, e vengono chiamati nei documenti alla prova di bomba, in quanto dotati di muri molto spessi e di una copertura a volta molto robusta.

 

Punto di partenza della devozione in questo luogo è l’intitolazione medievale a San Giacomo: pellegrini, pellegrinaggi e percorsi costituirono una grande ricchezza per i territori di passaggio e portarono alla nascita di ospizi e ostelli ancora in parte conservati. Nel Cinquecento l’antica confraternita si fonde con quella di San Sebastiano, protettore contro la peste; è l’epoca in cui la città si fortifica e dove il passante non è più il Cristo da ospitare ma uno straniero ostile, portatore di assedio e di malattie. La peste è stata, per la sua forza distruttrice, una delle malattie epidemiche più temute nella storia dell’uomo. Anche a Cuneo e nel suo territorio l’impatto dell’epidemia è devastante: la sola parrocchia di Santa Maria della Pieve conta quasi 500 morti. In questa sala sono esposte alcune delle opere più significative del percorso: La processione delle confraternite alla cappella di San Sebastiano, in cui l’intera comunità si staglia contro il profilo della città ancora cinta dalle mura, e la serie dei diciotto teleri che raccontano la Vita di San Sebastiano, dipinti intorno al 1637 e commissionati dalle famiglie notabili appartenenti alla confraternita.

La successiva riforma cattolica coincide con il grande periodo Barocco, espresso in loco attraverso il culto della Madonna del Carmine, le processioni, i nuovi interrogativi sull’aldilà, una rinnovata interpretazione della Chiesa. Questo mondo vacilla e si riplasma nell’ Ottocento quando la bufera napoleonica segna allo stesso tempo la fine ed il rinnovamento di tutta una società. Ancora una volta la Confraternita è testimone attivo e capace di esprimersi guardando sia ai santi antichi (addirittura ripartendo dalle catacombe) sia a quelli contemporanei che indicano nella società del tempo le nuove urgenze in cui servire il Cristo e raccoglie opere degli ordini soppressi così come le spinte “sociali” emergenti. Su questo livello, degni di particolare interesse, sono i due dipinti con Episodi della Passione firmati da Giovanni Battista Bruno, la delicata Madonna del Carmine attribuita a Guglielmo Caccia detto il Moncalvo e le grandi tele con Il giudizio universale e L’ultima cena realizzate dal pittore fiammingo Jean Claret tra 1660 e 1662 per la Certosa di Pesio e giunti a Cuneo in seguito alle Soppressioni napoleoniche. Come documentazione del periodo, sono presenti le riproduzioni dei piani regolatori di epoca francese (1802 e 1807) che ben illustrano la situazione urbanistica della città al momento dell’abbattimento delle mura.

Il passaggio di Pio VII segna la costituzione della Diocesi di Cuneo ed il nuovo riassetto ecclesiale. Il 12 agosto 1809 papa Pio VII arrivava a Cuneo, prigioniero dei soldati di Napoleone. Il ruolo amministrativo di rilievo assunto dalla città in epoca napoleonica (dal 1803 è capitale del Dipartimento della Stura), la permanenza di Pio VII nel 1809 e l’intervento di cuneesi illustri come Giuseppe Barbaroux portano alla bolla emanata il 17 luglio del 1817 che proclamava la nascita della Diocesi, un evento atteso da molti secoli. La scelta del vescovo, di competenza del re, cade su Amedeo Bruno di Samone. Il 23 dicembre 1826 venne approvata dal Consiglio Comunale la proposta del vescovo che elegge san Michele Arcangelo quale Patrono della città e della diocesi; con la stessa bolla il beato Angelo Carletti è eletto protettore e difensore della città. Il viaggio del papa prigioniero è narrato da una notevole serie di incisioni, accompagnata da alcuni cimeli che ricordano il passaggio del pontefice in città; in questa sala sono anche esposti i ritratti di tutti i vescovi che si sono succeduti sulla cattedra episcopale fino ad oggi. 

Nella Sala del Consiglio, riallestita con l’arredo originale, si è riunito il consiglio della Confraternita fino alla metà degli anni Settanta del Novecento. Lo stato di incuria generale dell’edificio aveva causato un evidente degrado del locale, dovuto soprattutto ad infiltrazioni di acqua piovana avvenute sin dagli anni Settanta del XX secolo, che ne avevano danneggiato pesantemente il soffitto e il mobilio: i lavori di restauro svolti a partire dal 2001 hanno permesso di recuperare l’aspetto originale che la stanza aveva nell’Ottocento. L’arredo, concepito secondo il gusto tipicamente borghese dell’epoca, contribuisce a creare un’atmosfera intima e quasi domestica, con le ampie poltrone in pelle in stile vittoriano e il massiccio armadio in noce posto lungo la parete d’ingresso, in cui trovavano posto i documenti dell’archivio. In questo spazio trovano posto i ritratti dei personaggi che si distinsero tra i benefattori e qui avvennero per secoli anche le riunioni dell’opera Pia Scotto-Chiabrant, che prevedeva, tra il resto, di vestire 12 poveri in occasione della processione cittadina di San Michele e di costituire “due annue doti di £. 120 ciascuna da pagarsi a due povere zitelle”.

Oggi il museo si occupa di tramandare la memoria dei secoli passati attraverso laboratori didattici rivolti alle scuole, alle parrocchie, alle famiglie. Particolare attenzione è rivolta all’inclusione e all’accoglienza, con attività specifiche pensate per persone con fragilità e disabilità e spazi dedicati ai visitatori più piccoli, come il salottino allattamento e l’area gioco, per fare del museo un luogo aperto a tutti.

LAURA MARINO

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